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Basket. Intervista al responsabile del settore giovanile dei Crabs; Lorenzo Gandolfi.

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 Il responsabile del settore giovanile dei Crabs Lorenzo Gandolfi, parla dei dei Crabs.

 Otto anni fa sei arrivato a Rimini…

Mi chiamarono Massimo Galli e Lanfranco Giordani che stavano ricostruendo il settore giovanile. Arrivavo dalla Spagna dove ero stato per una stagione a fare il quarto assistente al Gran Canaria, su segnalazione di Sergio Scariolo. E’ stata un’esperienza straordinaria: in Spagna il basket è un fenomeno di massa, al punto che noi con 6.000 spettatori eravamo uno dei fanalini di coda della Lega. Giornali e televisioni intervistano gli allenatori a getto continuo, non solo durante la settimana, ma ad ogni intervallo delle gare di campionato. Come assistente ho dovuto “sgomitare” per farmi notare e guadagnare il rispetto di squadra e staff, poi un giorno mi sono offerto di passare la palla al neozelandese Kirk Penney, una delle stelle, per la sua sessione di tiro post allenamento. Doveva segnare 200/250 canestri prima di andare a fare la doccia: gli passai dei veri e propri missili e il giorno dopo, al momento di cominciare la serie, fu direttamente Penney a chiedere che fossi io a lavorare con lui. Lì il mio status cambiò. Dopo quell’esperienza ho cominciato a valutare la possibilità di tornare a lavorare come assistente in Italia, mantenendo magari anche una squadra delle giovanili. Ma quando Luca Banchi mi ha chiamato per chiedermi di fargli da vice a Jesi, ho capito che dovevo fare una scelta. Della proposta di Rimini mi affascinava l’idea di poter lavorare su un progetto a lunga scadenza: in oltre vent’ anni da allenatore, a parte un solo anno a Forlì, mi sono sempre fermato a lungo nelle diverse realtà, proprio perché mi piace costruire.

 

Come se la passavano i Crabs?

In quel periodo i Crabs non avevano nemmeno un giocatore di settore giovanile in grado anche solo di allenarsi con la prima squadra. Il primo che invertì la tendenza fu Ariel Filloy, classe ’87, che ha avuto la fortuna di essere allenato da Giampiero Ticchi, un’allenatore che sa sviluppare i giovani e che, soprattutto, non ha paura di farli giocare. Personalmente ritengo che a livello giovanile la pallacanestro italiana goda di ottima salute e lo dimostrano i risultati delle rappresentative nazionali di categoria che a livello continentale giocano quasi sempre per il podio. Quando i ragazzi diventano senior, però, gli allenatori non rischiano, o semplicemente non hanno la possibilità di farli crescere, perché la società non li sostiene in questo tipo di scelte.

 

Da questo punto di vista la DNB potrebbe essere un’ottima occasione.

Io avrei preferito la LegaDue, schierando Dimitrov da comunitario, Bortolin da passaportato e rischiando un americano alla Roderick, grande intuizione di Manuel Capicchioni che lo ha scovato dal nulla portandolo prima in Austria, poi, dopo un anno di maturazione, qui a Rimini. Quella sarebbe stata la nostra perfetta dimensione. Certamente anche la DNB offre possibilità interessanti: mandare in campo giocatori che ancora devono maturare e altri tornati da noi in cerca di rilancio, dopo qualche esperienza sfortunata. Sbaglia chi pensa che la squadra sia stata costruita in fretta e furia senza un criterio. La proprietà ha messo insieme esattamente il gruppo che voleva e non a caso Pablo Filloy, figura centrale in questo percorso, ha pensato a Caceres e Bruni dopo che, già a fine luglio, la dirigenza gli aveva illustrato piani e giocatori da metter in rosa. Lui ha ritenuto che Juan e Giovanni fossero gli uomini giusti per completare la squadra ed integrarsi con i nostri giovani. Se tutto è stato formalizzato solo ad una settimana dall’inizio del campionato è stato perché la proprietà voleva essere certa che ci fossero i presupposti per costruire un progetto con basi solide.

 

Ben otto giocatori su dodici vengono dal settore giovanile.

E aggiungiamo pure lo staff tecnico, perché in questi anni non abbiamo sviluppato solo giocatori. Penso ad esempio a Guido Restanti, Livio Neri ed Annamaria Fantini che ci hanno lasciato per diventare responsabili dei settori giovanili di società importanti. Fabrizio Ambrassa ha cominciato ad allenare qua “da zero” e col lavoro ed una struttura forte dietro ha avuto la possibilità di crescere. A guidare la prima squadra non poteva che essere lui, innanzitutto perché allena per davvero e poi perché la sua figura è una garanzia per i nostri ragazzi: li ha visti crescere, li conosce e sa come lavorare per farli maturare. Non è un caso che tutti, anche quelli sui quali nessuno avrebbe scommesso, stiano dimostrando di poter stare in campo con costrutto. A livello giovanile, poi, partecipiamo a tornei internazionali importanti proprio per abituare i nostri alla competizione ed alla pressione. Il Basket Rimini sarebbe sopravvissuto anche senza una squadra senior, ma avere la DNB ci dà la possibilità di rimetter in gioco i ragazzi non ancora pronti. E’ la fine di un percorso, ma non mi pare che la cosa stia ricevendo molto credito dagli addetti ai lavori. l’Udinese Calcio è indicata come esempio di società virtuosa: recluta da tutto il mondo, fa crescere e poi lancia in prima squadra. Non mette in campo friulani e investe poco sugli italiani, eppure non riceve le critiche che riceviamo noi. In prima squadra abbiamo messo 8 (su 12, ndr.) giocatori del nostro settore giovanile, ma la cosa ha avuto poca risonanza sui media locali, quando invece si sono fatti i caroselli perché altrove ne fanno giocare solo un paio… Rientriamo con orgoglio in una cerchia molto ristretta: sono pochissime le società in Italia che riescono a fare altrettanto.

 

Ma è proprio necessario fare reclutamento fuori?

La foresteria è una risorsa, non un problema: avere giocatori forti ci dà la possibilità di tenere alto il livello. Se il livello della competizione è basso è difficile sviluppare giocatori importanti. E poi, senza voler generalizzare, un difetto di molti giocatori riminesi è la poca “fame”. Una cosa che mi ha subito colpito quando sono arrivato qui è che ce ne sono pochissimi nelle “minors” e tantissimi nei campionati amatoriali: una volta capito che non possono arrivare al top, anziché cercare di raggiungere il massimo possibile si accontentano di giocare con gli amici e mollano. Noi abbiamo comunque un paio di buoni giocatori riminesi in ogni squadra. E poi c’è l’annata ’98/’99 con una decina di ottimi prospetti. E’ ancora presto per dirlo, ma credo che il prossimo giocatore riminese importante uscirà da quel gruppo.

 

Come è cominciato tutto?

All’inizio le nostre erano tutte scommesse. Per giocatori come Damiani, Hassan o Gasparin non abbiamo fatto aste: li abbiamo visti, abbiamo pensato che fossero interessanti e abbiamo cominciato a lavorare. Non abbiamo la bacchetta magica e certe scommesse le abbiamo anche perse, ma abbiamo costruito una struttura organizzata, basata sul lavoro quotidiano. I ragazzi si allenano quasi tutti i giorni compresa la domenica mattina e si fa lavoro molto individuale sui fondamentali: cerchiamo sempre di allenare prima i giocatori e solo dopo le squadre. Un po’ alla volta ci siamo fatti un nome, aumentando il nostro appeal ed oggi sono i giocatori a cercarci. Tenchev ad esempio ci ha chiesto di venire a Rimini dopo aver visto i progressi fatti da Dimitrov. A volte Luciano Capicchioni ci manda ragazzi anche solo per un paio di mesi, perché non ritiene adeguato il contesto tecnico di provenienza: noi li valutiamo e decidiamo se tenerli, ma intanto ci aiutano ad alzare ulteriormente il livello degli allenamenti.

 

Questo melting pot tra stranieri, italiani di diverse provenienze e riminesi non vi ha mai creato problemi?

No, anzi, questa convivenza è quello che ci viene più invidiato. Siamo bravi a fare gruppo, non ci interessa la “targa” della persona. Non credevo che avremmo fatto davvero la foresteria e invece oggi siamo ai livelli della Ghirada di Treviso, che rappresenta l’eccellenza in Italia, grazie soprattutto al lavoro Giancarlo Sarti che è riuscito a dare concretezza e spessore a quella che era poco più di un’idea. I ragazzi crescono e migliorano perché abbiamo una struttura che funziona, imperniata su due figure di riferimento essenziali: Tina Dimitrova e Gordan Firic. Tina unisce la sensibilità di una mamma alle competenze tecniche di un’allenatrice (ha allenato anche la Nazionale Femminile Bulgara, ndr.) ed è bravissima a capire tanto i disagi emotivi, quanto le esigenze dei giocatori. Gordan incarna quello che ciascuno di loro potrebbe diventare: è stato un giocatore importante in Italia, Francia, Grecia e con la sua nazionale, è arrivato qua da straniero, ha preso il passaporto italiano, ha figli italiani ed è rimasto a vivere e a lavorare qui. La foresteria è il cuore del nostro progetto.

 

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