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Giorgio Grassi: una nuova costituente, la solidarietà,le riforme, la ripartizione, i giovani.

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Il persistere della situazione estremamente delicata in cui si dibatte tutta la nazione vede coinvolte tutte le forze economiche del territorio, sistema calcio incluso (la terza industria italiana), mi ha offerto l’opportunità di confrontarmi con alcuni amici presidenti di club di serie C.

Tra questi Giorgio Grassi, presidente della Rimini calcio. Il più sollecito nel rispondere con dovizia di argomenti, tutti di grande interesse pubblico, sul particolare e difficile momento che sta vivendo il Paese intero. Allargando la sua analisi alla Lega pro. La terza categoria professionistica. Per chi non ne fosse informato Giorgio Grassi è un industriale leader nel proprio settore. Esporta i propri prodotti in tutto il mondo. Uno dei pochi Presidenti in grado di rispettare i tempi ed i metodi imposti dalle norme del calcio professionistico.

Giorgio, come imprenditore, quale idea ti sei fatto di questa situazione?

“Premesso come la situazione sia in divenire. Gli eventi cambiano nel giro di poche ore. Ci troviamo in uno stato di guerra e come in tutte le guerre le prime vittime sono la verità e la correttezza dell’informazione. Nessuno ha l’interesse di far sapere come stiano realmente le cose. L’obiettivo è intimidire gli avversari e rassicurare le proprie truppe. Allo stesso modo sappiamo quando tutto è cominciato, ma non ci è concesso di sapere come e quando potrà finire.

Da quando è scoppiato il virus, non dimentichiamoci che tutto è partito dalla Cina, i comportamenti, partendo dai governanti, ai comitati medico-scientifici, all’informazione e alla pubblica opinione, sono stati piuttosto erratici dal momento che anche le delibere delle ultime ore dimostrano quanto fosse stata sottovalutata l’emergenza.

E’ scontato che ci troviamo di fronte a un virus non del tutto conosciuto e aggressivo, ma se dobbiamo dare anche credito a quanto molti virologi e scienziati avevano detto sin dall’inizio, che si trattava di poco più che una normale influenza, l’allarmismo è difficile da non giustificare al pari di quei comportamenti poi rivelatisi superficiali ed egoisti alla luce degli eventi posteriori. Ci siamo trovati di fronte a quello che gli psicologi definiscono “dissonanza cognitiva”.

Da una parte si diceva si trattava di poco più che un’influenza, dall’altra si metteva in quarantena una città schierando un esercito. In presenza di visioni così contrastanti la risposta inconscia e difensiva della gente è stata quella di dare l’assalto ai supermercati. Col senno di poi forse non avevano tutti i torti. Ora il virus circolante, un microrganismo da un milionesimo di millimetro, un parassita, che come tutti i microrganismi ha un istinto di sopravvivenza formidabile, è solo uno dei due corni del problema. Perchè con una forza identica e forse superiore è dilagato il virus della paura che ha colpito indiscriminatamente un Paese dove ci sono 18 milioni e mezzo di pensionati. Tra questi una grandissima parte gode di pensioni minime. Soffrono di patologie croniche. Hanno bisogno di cure continue. Si trovano completamente spiazzati quando si accorgono che il sistema sanitario nazionale, pur eccellente e altamente professionale, potrebbe non essere in grado di rispondere a tutte le loro richieste.

Immaginatevi solo l’immagine di un anziano, o di una coppia di anziani che vivono soli, quali reazioni potrebbero avere al primo colpo di tosse quando tutta l’informazione ci racconta che ci troviamo in uno stato di emergenza continua. Paura, panico e depressione sono i peggiori nemici del nostro sistema immunitario al punto che saremo indifesi di fronte a qualsiasi tipo di aggressione.

Il virus che ci sta colpendo in realtà non ha una sua pericolosità assoluta ma è un messaggio fortissimo che sta arrivando alle nostre società occidentali proiettate verso un futuro consumistico e materialistico indefinito. Il virus, con le buone o con le cattive, ci ha fermati. Ha fermato il nostro modo di pensare, il nostro modo di vivere. E non sarà per un periodo breve. Perchè questa volta dovremo imparare a riflettere sui nostri modelli di sviluppo. Sull’attuale iniqua ripartizione della ricchezza del pianeta. Sul divario inaccettabile Nord e Sud del mondo. Sui cambi climatici, sull’esaurimento ormai prossimo delle fonti energetiche non rinnovabili. Sull’egoismo sul quale ormai le nostre società opulente si sono ripiegate.

Ripartiremo certamente, il Covid-19 verrà debellato. Ma se non saremo in grado di debellare anche tutti quei virus che continuano a contagiare le nostre anime, dall’arroganza al narcisismo, dalla cecità sui fenomeni migratori all’individualismo più sfrenato, dal considerare tutto scontato e dovuto, passando per la folle corsa all’ultimo oggetto tecnologico, il virus più letale continuerà a rimanere dentro di noi.

Come è nella filosofia che mi ha sempre accompagnato nella vita: da un male potrà sempre scaturire un bene, se lo sapremo comprendere. Per questo mi auguro che tra qualche anno il Coronavirus possa essere ricordato come un evento, seppur doloroso, che ha contribuito a cambiare il mondo in meglio”.

Qual è, invece, la tua idea sulle ripercussioni che il tutto avrà sul mondo del calcio?

“Anche in questo caso la situazione è fluida e in continuo divenire. Mi sto confrontando con alcuni colleghi, presidenti di società amiche. L’opinione più condivisa e diffusa è che, a fronte della tragedia immane che sta colpendo il mondo (con tutte le sue conseguenze materiali e morali) il campionato 2019-20 non abbia più alcun senso di continuare.

In questo momento la sua cosiddetta regolarità è l’ultimo dei problemi.

Dal 25 aprile 1945 non era mai accaduto un evento di tali proporzioni. Nemmeno per chi ricorda la stagione del terrorismo. Delle Brigate Rosse. Delle calamità naturali e l’impatto che tutto questo ha avuto sui territori, le popolazioni e la società tutta. Quello attuale è l’evento più inatteso e impattante degli ultimi 75 anni di storia. Se qualcuno non lo ha ancora compreso è probabile non viva sulla Terra, ma su un altro pianeta.

E’ un 8 settembre. Il momento del “tutti a casa”. Come quello rappresentato dall’indimenticabile film di Luigi Comencini con Alberto Sordi. Ora, grazie a Dio, le macerie sono diverse, ma le analogie ci sono tutte. Credo che tutti i ragazzi che giocano in Serie C stiano prendendo la strada di casa. Tutta l’Italia è ormai zona rossa ed è giuasto si ricongiungano alle loro famiglie per condividere, con i propri cari, questi momenti difficili.

Non scherziamo. Non si può più parlare seriamente di calcio giocato. Mi rifaccio a una mia intervista rilasciata lo scorso 5 marzo al Corriere di Romagna (mi spiace autocitarmi). Alla luce di tutto quello che le società hanno pagato negli anni scorsi e stanno pagando in quello attuale, avevo proposto “la cassa integrazione per tutti i calciatori e la sospensione di tutte le tasse e i contributi”.

A integrazione di questa prima proposta, voglio ricordare che per quasi tutti i lavoratori, in Italia, esiste lo strumento della Cassa integrazione ordinaria. Naturalmente non si è mai pensato di estenderla ai calciatori perchè si tratta di professionisti inquadrati, a livello fiscale, come lavoratori dipendenti.

Credo su questo occorrerà aprirsi a una riflessione molto seria.

A parte la Cig, ci sono strumenti predisposti di Cassa integrazione in deroga, che potrebbe benissimo essere applicata anche a nostro sistema calcio. A noi. Ora, assodato che si tratta di lavoratori dipendenti a tutti gli effetti, che le società di calcio sopportano oneri contributivi e costi vari del personale pari al 130 per cento (del netto percepito), credo che il governo possa estendere questi benefici anche ai calciatori.

Con la Rimini F. C., mi faccio vanto della trasparenza dei bilanci, da 4 anni a questa parte. Tra imposte, contributi ed altri balzelli la Rimini calcio ha pagato 740mila e 500 euro nella stagione 2018-19. Attualmente, sino al 20 febbraio, oltre a essere tra le poche società in Italia ad aver pagato stipendi e contributi, per quanto inerente la parte fiscale abbiamo versato la somma di 488 mila euro.

Se questo non è il momento in cui ci deve essere restituita almeno una parte di quanto abbiamo versato, mi chiedo cosa dovrebbe ancora accadere. Il tutto in un contesto. Tutte le aziende che stanno attualmente mantenendo l’equilibrio finanziario delle società di Serie C (non direttamente coinvolte nei comparti agroalimentare, farmaceutico e dei servizi essenziali) stanno lentamente avviandosi alla paralisi produttiva. Le ragioni sono ben note”.

Passata questa “bufera”, direi immane, da dove si dovrebbe ricominciare, secondo te?

“Come detto pocanzi stiamo solcando un mare sconosciuto. Nessuno sa come sarà il mondo dopo questo vero e proprio Tsunami. Di sicuro il Paese e le altre nazioni dovranno incontrarsi e confrontarsi su quali siano state le cause che hanno prodotto questo default generale. Dovranno pensare a un mondo da ricostruire su basi nuove.

Per quanto riguarda il calcio questo tempo dell’attesa, visto che si saranno fermate tutte le attività cosiddette “di campo”, dunque allenamenti, partite, tornei. I governanti e tutte le forze protagoniste di quello che è il mondo dello sport, che è anche una industria con fatturati giganteschi, dovranno essere utilizzati per lavorare a quello che in politica si potrebbe definire “ricostruzione post-bellica”.

Un sistema nel quale ci saranno anche vinti e vincitori, ma dove la prima cosa che le nazioni debbono fare è ripensarsi e riorganizzarsi sulla base di una”‘nuova costituzione”. Oggi tutte le nazioni del mondo si sono dotate di un quadro di norme legate a valori e princìpi che debbono ispirare i comportamenti delle comunità e ciascuna nazione è fiera della propria.

In Italia i padri costituenti, nonostante le fisiologiche differenze di opinioni, di credo, di analisi e idee sul futuro, hanno scritto pagine meravigliose. Tuttora regolamentano le nostre vite e il nostro stare insieme. Il mondo del calcio dovrà produrre qualcosa di analogo. Intorno a quel tavolo dovranno esserci il ministero dello Sport, il Coni, le leghe, gli arbitri, gli allenatori e i calciatori. Si dovrà, di fatto, costituire una sorta di “assemblea costituente” di nuovo conio. Si dovranno celebrare assemblee di ciascuna componente per eleggerne i vertici. Per quanto riguarda noi, in qualità di rappresentanti di ciascuna lega, auspico ci sarà un presidente di una società di calcio perchè, specie per la Serie C, solo un presidente conosce le reali problematiche.

Le riforme radicali da anni immaginate, vagheggiate, inseguite o auspicate da chi ci governa attualmente, non sono mai state fatte.

E’ quindi tempo, nell’interesse di tutti, di metterci mano.

Riforma dei campionati. Serie A 18/20 squadre? Serie B1 a 18/20? Serie B2 a 40 con due gironi? Dopodiché vogliamo immaginare, visto che stiamo già parlando di qualcosa come 80 società professionistiche (il numero più alto a livello europeo) numero insostenibile per il sistema (come da tempo evidenziato). Criteri per le iscrizioni ai nuovi campionati da ridefinire.

Al di sotto dilettantismo puro. Con una categoria, che potremmo chiamare ad esempio “elìte”, che prepari i vincitori ad affrontare le regole più complesse del professionismo.

E ancora. Mutualità e ripartizione delle risorse, soprattutto quelle dei proventi televisivi. Questo è un tema fondamentale perché, come in tutte le controversie umane, si dovrà parlare di risorse e quello che preme a noi presidenti di Serie C è che si trovi una formula per una più equa ripartizione.

Settori giovanili. Per quanto visto sino a ora, considerate le norme attuali, è quasi impossibile trattenere giovani di prospettiva di fronte a offerte che arrivano da società di Serie A. Come, del resto, far fronte alle pressioni dei procuratori e delle famiglie. E’ praticamente impossibile crescere giovani già pronti per giocare in un campionato impegnativo, quale il nostro, quando si è già verificata la razzia dei migliori. Occorre necessariamente ripensare a quali tutele ci possano essere riconosciute.

Sicurezza e oneri vari. Siamo oberati di costi, tali e tanti, che molte volte i pochi introiti derivanti dagli incassi non coprono neppure le spese di apertura evento.

Costo del lavoro. Vogliamo parlare di quale azienda, dove la manodopera impiegata assorbe già i 4/5 di tutti i costi, possa sostenere anche un carico di contributi (tra balzelli e tasse varie) pari al 130 per cento del netto riconosciuto ai dipendenti? Tutto da ridisegnare è anche il discorso riguardante la responsabilità oggettiva delle società per i comportamenti delle tifoserie.

Per chi ricorda i tragici fatti l’Heysel del maggio 1985. Ricordiamoci che in pochi anni il calcio inglese è stato in grado di organizzare i propri eventi nella massima sicurezza e fruibilità per gli spettatori. A rischio zero per le società. Vi immaginate in Inghilterra il sistema farraginoso nel quale siamo costretti a operare noi tra steward, Gos e Osservatorio?

Come sempre riusciamo a far ridere il mondo. A distanza di 35 anni siamo l’unico Paese europeo che non ha ancora risolto questo problema tanto scottante, quanto doloroso“.

Giorgio un’analisi sin qui analitica e perfetta. Secondo te, per concludere, come si ripartirà? In considerazione del fatto che si prefigura uno stop abbastanza lungo.

“Esaurita la fase costituente mi auspico di ripartire con un modo finalmente nuovo. Regole nuove. Quindi una nuova costituzione e un nuovo governo. Noi presidenti di Serie C stiamo vivendo una fase di grande frustrazione e impotenza rispetto al sistema nel quale siamo obbligati a operare.

Ci è stato detto abbiamo un ruolo determinante nella formazione dei giovani calciatori che provengono dalle serie superiori e degli arbitri. Immaginatevi per un solo secondo cosa sarebbe la Serie A se non trovasse una congrua collocazione, in un campionato professionistico importante e formativo, per le centinaia di giovani che escono dai campionati Primavera.

Una Serie C unita e consapevole della propria forza potrebbe semplicemente accordarsi per non tesserare questi ragazzi. L’invito a pescare nei propri vivai e nel mondo dilettantistico dove ci sono tanti talenti che potrebbero sbocciare se adeguatamente formati.

Che fine farebbero i non più primavera della Serie A?

Per quanto riguarda la formazione degli arbitri, se non passassero attraverso la Serie C, vi immaginate quelli catapultati dal mondo dilettantistico direttamente in A ed in B ? Non si può più pensare in termini egoistici. Nella convinzione che solo alcuni siano indispensabili e altri contino nulla. Come ora.

Mi viene in mente l’apologo degli organi del corpo umano, dove ciascuno rivendica la propria funzione vitale, essenziale. Vi risparmio il come va a finire… E’ tempo di ragionare come sistema. In termini di solidarietà. E’ tempo di pensare che nessuno, in un mondo di atomi, potrà sopravvivere e prosperare da solo. Con l’augurio che questo limbo finisca il più presto possibile. Anche se, soprattutto in questo momento, la luce, in fondo al tunnel, sembra essere molto lontana”.

DI Vittorio Callegani – Graffi sul pallone-

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